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I geologi e
il ponte sullo stretto di Messina
A cura di
Mario Tozzi - 2002
I geologi italiani saranno presto
chiamati a un deciso pronunciamento sulla massa di grandi opere che
stanno per abbattersi sul nostro disgraziato Paese: porti,
metropolitane, ferrovie ad alta velocità, ma soprattutto strade,
autostrade e ponti, di cui sembra ci sia un gran bisogno per
adeguarsi all'Europa e ammodernarsi. Ma è davvero così? Abbiamo
bisogno di queste grandi opere? I dati "oggettivi" e il contesto ci
permettono forse altre posizioni più pertinenti alla professionalità
e alla coscienza del geologo ?
In Italia ci sono 308.000 km di
strade "ufficiali" (quelle che una volta erano di pertinenza ANAS)
su 300.000 kmq di superficie, senza contare tutti i chilometri di
strade non censite, che porterebbero a raddoppiare quella cifra fino
al rapporto di 2 km lineari di strade per ogni kmq di territorio,
rapporto che non sembra avere pari in alcun paese del mondo. Ma
teniamo per buona la cifra ufficiale e compariamola ai chilometri di
autostrade (teniamo fuori per il momento le superstrade, quelle con
almeno 4 corsie separate da barriera centrale) in esercizio: in
Italia risultano circa 23 km di autostrada ogni 1000 km di strada
"normale", mentre nel resto d'Europa il rapporto è 13 a 1000: per
quale ragione dovremmo avere bisogno di nuove autostrade quando ne
abbiamo già quasi il doppio degli altri ? Più strade significa più
traffico --e non il contrario, come qualcuno contrabbanda-- e
infatti in Italia ci sono 53 autoveicoli ogni 100 abitanti, contro
la media europea di 42, e l'81% della mobilità è soddisfatta da
veicoli privati. E questo è anche il motivo per cui le nostre strade
e autostrade sono quasi sempre sede di lavori in corso più che
altrove: qui da noi su ogni chilometro insistono 80 autoveicoli,
contro i 40 dell'Europa e i 42 degli Stati Uniti. Certo, l'Italia è
un paese densamente abitato ed è un paese montuoso, ma non sarebbero
questi motivi sufficienti per impegnare ogni lira possibile per
ridurre il traffico su gomma e per risanare la rete viaria già
esistente ?
Se per caso volete recarvi in
automobile da Maastricht a Mazara del Vallo, su tutta la lunghezza
d'Europa, troverete mancanti solo 50 km, quelli fra Messina e
Palermo, ammesso che si voglia chiamare autostrada il tratto
siciliano restante e che si voglia considerare decente la Salerno -
Reggio Calabria, priva di terza corsia, perennemente interrotta per
lavori e priva di corsia d'emergenza. Un ponte supermoderno che
unisca queste due mulattiere non sembra proprio l'ideale per
muoversi in sicurezza e per utilizzare al meglio il denaro, specie
in un Paese in cui ci sono già decine di opere incompiute rimaste a
metà.
Come geologo, di dubbi sul
costruendo ponte sullo stretto di Messina ne coltivo più di uno:
dallo stato di dissesto idrogeologico in cui verseranno le aree che
dovrebbero fare da spalla al ponte ai problemi di natura sismica, e
voglio dire ad alta voce che il ponte è brutto e inutile e forse
pericoloso, che è profondamente diseducativo per tutto quello che
riguarda i rapporti uomo-natura, che è eticamente riprovevole e
politicamente fariseo, che difende interessi di corporazione e che
offre dubbi benefici rispetto agli elevatissimi costi. E che tutto
questo non dipende dalla parte politica che lo ha proposto, lo hanno
fatto tutti, da Craxi a Rutelli a Nesi a Berlusconi, ma solo da
intelligenza e buon senso.
Se non avete mai saputo raffigurarvi
un impatto ambientale e paesaggistico negativo, immaginate un ponte
lungo tre chilometri e mezzo e largo circa 70 metri lanciato sopra
uno dei mari più belli del mondo e immaginate che per sostenerlo
occorrono 166.000 tonnellate di acciaio arrangiato in cavi di un
metro e venti centimetri di diametro. Immaginate poi due torri
enormi, alte fino a sfiorare i 400 metri (più della Tour Eiffel o
dell'Empire State Building), infisse fino a 55 metri di profondità
nel terreno, e che svettano rispetto alle più basse colline
circostanti. Immaginate ancora le 100.000 tonnellate del ponte
sospese a circa 65 metri di quota, ma non immaginatele immobili: il
ponte infatti oscilla, liberamente, di circa 12 metri in orizzontale
e 9 in verticale (nel settore centrale) per resistere ai venti che,
nello stretto, possono superare i 200 km/h. L'unica cosa che
potrebbe evitarvi di sentirsi in un flipper nella parte della
pallina è che qualcuno chiuda il ponte al traffico tutte le volte
che c'è vento troppo forte: cioè la struttura può resistere, in
teoria, a raffiche fino a 270 km/h, ma in quei casi deve essere
interdetta. Non è un fatto raro, lo stesso, modernissimo, Millennium
Bridge, a Londra, è stato chiuso per il vento. Si stima che
situazioni del genere possono portare (come qualche volta accade
anche sui viadotti delle autostrade per i mezzi telonati)
all'interruzione del traffico per circa 50 o più giorni all'anno, e,
per contro, si è certi che il traffico marittimo sullo stretto viene
interrotto solo in rarissimi casi.
Ma ci sono considerazioni di
carattere etico che vanno necessariamente messe in luce e che i
geologi sono obbligati a fare. E' ormai ora di tracciare un limite
netto al diritto dell'uomo di imporre modifiche definitive
all'ambiente che lo circonda, specie se queste hanno un impatto
elevato e, in ultima analisi, danneggiano anche la razza umana. In
altre parole chi si prende la responsabilità di unire qualcosa che
la storia naturale ci presenta divisa ? Chi decide che i nostri
figli e nipoti dovranno accettare un'opera come quella ? Quale
giustizia intergenerazionale ci manderebbe assolti dall'aver
modificato per sempre uno spazio naturale, storico e mitologico che
poteva essere goduto anche dai nostri discendenti così come era
pervenuto a noi ? Non siamo più al tempo dei Romani, che un ponte
comunque lo gettavano sempre (pontefice era chi lo costruiva e lo
difendeva), sono passati i tempi in cui le grandi opere erano
dettate da bisogni reali e gli uomini erano ancora in pochi a vivere
in ecosistemi sostanzialmente sani ed equilibrati. E non è neppure
un problema tecnologico: se lo fosse fra qualche decennio potremo
sperare di unire Olbia a Civitavecchia, o --perché no-- Genova a
Tunisi, restaurando quei ponti continentali che secondo i geologi
del secolo scorso spiegavano le grandi migrazioni di animali, prima
che si scoprisse che erano i continenti a essere andati alla deriva.
Il problema è: serve un'opera come questa, oggi, in Italia ?
La potente lobby di neo-futuristi e
ingegneri italiani è già all'opera da anni sulla questione stretto e
grandi opere in genere: alta velocità, autostrade, dighe e quanto
altro possa alterare il volto naturale di un paese la cui vocazione
non può essere quella industriale, ma quella turistica e
naturalistica, dove dovrebbe prevalere la mentalità del recupero e
del riciclaggio e non dell'asfalto e del cemento. E se solo una
parte dei cittadini italiani ritenesse il ponte non solo inutile e
dannoso (come cercherò di dimostrare), ma anche brutto ? Chi tutela
i diritti estetici delle popolazioni ? Non siamo stanchi di ponti,
viadotti, tunnel, autostrade il cui unico risultato è quello di
incrementare il traffico su gomma? L'entusiasmo onanistico della
corporazione ingegneristica di fronte al sogno fallico del ponte è
ormai palmare: si arriva a proporlo come ottava meraviglia del mondo
e a paragonarlo ai più famosi ponti nord-americani di San Francisco
o New York, senza curarsi dell'area metropolitana degradata da
incubo che si verrebbe così a creare fra Reggio Calabria e Messina,
senza studiare la realtà naturale ricca e complessa dell'area dello
stretto, senza preoccuparsi del tessuto sociale.
Non parliamo poi del contesto storico
e mitologico (come ha giustamente messo in luce il Sottosegretario
ai Beni Culturali Vittorio Sgarbi), oltre che naturalistico -
ambientale, sfregiato per sempre da una "spada" di acciaio e cemento
che cadrà in rovina in un paio di secoli al massimo. La domanda
giusta è quella che si è posta Montanelli: come si fa a non essere
in disaccordo ? Il concetto stesso di isola per i siciliani verrebbe
così a cambiare radicalmente, con tanti saluti a Sciascia, Bufalino
e a tutti quelli che dell'isola fanno anche una ragione di orgoglio,
senza per questo essere separatisti. Come poi se il paesaggio
statunitense - dagli orizzonti caratteristicamente smisurati - abbia
qualcosa da spartire con quello mediterraneo.
Oltre a quelli appena citati, un
argomento cruciale che impedisce oggettivamente di essere a favore
della costruzione del ponte sullo stretto di Messina è, insieme a
quello geologico, quello economico-finanziario, cioè il rapporto fra
costi e benefici assolutamente non conveniente.
Gli studi più recenti di questo tipo
riguardano i trasporti passeggeri, ma basta farsi due conti per
vedere quanto tempo effettivamente si guadagnerebbe
nell'attraversamento aereo dello stretto rispetto a quello marino.
L'ipotetico viaggiatore che da Palermo volesse raggiungere in treno
Roma (attualmente 13 ore) o Milano (18 ore) risparmierebbe, se tutto
va bene, circa 1 (una) ora, un lasso di tempo sicuramente prezioso,
ma nulla al confronto di quello che ci si guadagnerebbe a rifare
prima la rete ferroviaria siciliana, che viaggia spesso a un solo
binario, e che permette al collegamento Ragusa - Messina la
straordinaria media di 40 km/h (circa 5 ore per coprire i 200 km di
distanza): raddoppiando la tratta e dimezzando i tempi ci sarebbe un
guadagno --quello sì vero-- di oltre 2 ore e mezza. Da Palermo a
Messina il raddoppio della strada ferrata porterebbe un risparmio di
circa 1 ora e mezza: meglio questo in poco tempo o l'ipotetica ora
in 15 anni, se va bene ?
C'è poi un problema particolare per
l'attraversamento ferroviario: nel luglio 1996 Aurelio Misiti, il
principale responsabile tecnico del progetto (ex presidente del
Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, oggi assessore calabrese),
aveva dichiarato in un'intervista: "Bisogna sapere che l'attuale
progetto è inadeguato. Sappiamo benissimo che attualmente nel mondo
il ponte più lungo a una campata è quello di Akashi, in Giappone,
dal quale per diverse ragioni è stata tolta la ferrovia". Cioè non
esiste ancora al mondo un ponte a campata unica superiore a 1500 m
percorso da treni e quello di Messina, di metri, ne dovrebbe
misurare 3360. E per favore qui ci si risparmino le "opere che
illustrano l'ingegno italiano nel mondo", o le "sfide alla natura e
alle leggi dell'uomo", che, se ci mettiamo a esaminarle una per una,
c'è da far tremare le vene dei polsi (pensiamo alla diga di Assuan,
al traforo del Gran Sasso, al Vajont, tutti casi in cui non si è
tenuto conto del contesto in cui le opere andavano inserite). La
storia insegna che quando l'uomo sfida la natura --invece di tentare
una convivenza armonica-- ci rimette sempre.
E in automobile ? Se non ci sono
date particolari, week-end e italiche ferie attualmente ci vogliono
25 minuti per attraversare materialmente lo stretto di Messina in
traghetto, poi bisogna considerare le attese per il biglietto e per
la coincidenza, in tutto circa 35'-40'. L'attraversamento aereo via
ponte ridurrebbe i tempi da 25' a circa 5' (se non vogliamo
correre), ma non ci sarebbe comunque verso di eliminare code e file
--nei giorni clou-- perché il pedaggio da qualche parte lo si
dovrebbe pagare e in fila ci si dovrebbe mettere lo stesso,
esattamente per gli stessi tempi. Vale la pena di costruire un'opera
da 20.000 miliardi complessivi per risparmiare 20 minuti ?
Ma poi c'è il pedaggio, questione
che nessuno riesce a chiarire. Quello che è sicuro è che, oggi, per
passare da Reggio a Messina (e ritorno) si pagano circa 35.000 lire
per veicolo, a prescindere dal numero dei passeggeri, e che, in
treno, non si paga alcun supplemento rispetto al biglietto. Quanto
ci costerà domani passare attraverso il ponte ? Tutto dipende dai
tempi di concessione ai privati che lo stato dovrebbe fare
dell'opera: su 100 anni per esempio si potrebbero tenere i prezzi
bassi quasi come quelli di oggi, ma le stime serie vengono fatte su
50 anni, perché nessun privato può aspettare tempi così lunghi per
ammortizzare le spese.
In questo caso il biglietto
costerebbe già 54.000 lire per veicolo e ci vorrebbe un sovrapprezzo
di 10.000 lire per ogni passeggero in treno; non risulta chiaro,
però, se si tratti di andata e ritorno oppure no. Però le leggi
europee impongono che le concessioni non superino i trenta anni e
qui cominciano i guai, anche nella prevista ottica del project
financing. In questo caso, il ponte non costerebbe una lira allo
Stato, e verrebbe interamente finanziato da un "pool" di privati che
poi rientrerebbero dell'investimento ottenendo in concessione i
pedaggi. Ma qui bastano pochi conti per verificare che le
ottimistiche affermazioni di rapidi rientri economici sono quanto
meno azzardate: prendendo come riferimento gli attuali flussi di
traffico dei passeggeri e delle merci e le tariffe dei traghetti, e
immaginando che il 100% degli attraversamenti si spostino dal mare
al ponte, solo per coprire il 50% del costo prevedibile del ponte e
delle vie d'accesso, bisognerebbe prevedere una concessione di 100
anni ai finanziatori dell'opera, se vogliamo lasciare inalterati i
prezzi. Ma un tempo così lungo, come si è visto, non è possibile né
conveniente per chi investe.
Aurelio Misiti ha dichiarato ("la
Repubblica", 11/09/1997): "Quindici anni di concessione sarebbero
sufficienti con medie di traffico bassissime, diecimila auto al
giorno, a recuperare l'investimento e a guadagnare". Alcune
organizzazioni ambientaliste (Legambiente) hanno provato a
verificare l'attendibilità di tali dichiarazioni: sono stati presi
in considerazione gli attuali flussi di traffico lungo lo stretto e
le tariffe in vigore per il passaggio di auto, camion e treni
fissando ipoteticamente il costo dell'infrastruttura a 8000
miliardi. Sono stati prese in considerazione anche le infrastrutture
necessarie per il collegamento con le autostrade, stimando il costo
totale in 12.000 miliardi (1998).
La possibilità di realizzare l'opera
in regime di project financing è credibile se si considera una
durata della concessione ultradecennale e il pressoché totale
assorbimento del traffico su traghetti dalla data di inaugurazione
dell'infrastruttura. Per questo motivo devono essere calcolate
tariffe sostanzialmente analoghe a quelle attualmente in funzione
sui traghetti (il caso dell'Eurotunnel sotto la Manica dimostra che
tariffe più alte di quelle dei vettori concorrenti hanno,
soprattutto nei primi anni, un effetto vistoso di contrazione dei
passaggi). Nel calcolare la percentuale di copertura dei costi da
parte di investitori privati sono state operate diverse proiezioni
di durata della concessione indicizzando tariffe e costi. In
particolare sono stati considerati i seguenti parametri: un
quantitativo di passaggi l'anno identico a quello esistente, il
totale trasferimento sull'infrastruttura di tutti gli attuali
passaggi su traghetti, tariffe per il passaggio pari a quelle
esistenti e un costo totale dell'infrastruttura di 12.000 miliardi.
Gli scenari a questo punto possibili sono: 1) concessione decennale:
in questo caso la copertura del costo con investimenti privati può
oscillare da un minimo del 10% ad un massimo del 15%; 2) concessione
quindicennale: la copertura del costo per investimenti privati può
oscillare da un minimo del 15% ad un massimo del 25%; 3) concessione
cinquantennale: la copertura del costo è intorno al 50%.
Proviamo a prendere in
considerazione invece i dati citati da Misiti ("la Repubblica"
11/09/1997) e consideriamo quindi un flusso di 10.000 passaggi al
giorno, 15 anni di concessione e una spesa complessiva di 8.000
miliardi. Quindici anni equivalgono a 5475 giorni, per recuperare
gli 8.000 miliardi di lire investiti deve essere quindi previsto un
attivo giornaliero netto di un miliardo e quattrocentosessanta
milioni (escluse le spese per il personale, l'ordinaria
amministrazione, ma soprattutto non considerando gli interessi
sull'enorme massa di denaro investita). Considerando 10.000 passaggi
al giorno, per ognuno si dovrebbe prevedere una tariffa di circa
140.000 lire. Anche ipotizzando carichi di traffico maggiori, e una
tassa sul passaggio dei treni, appare difficile che l'investimento
possa essere realmente recuperato in quindici anni. Ma soprattutto,
se realmente la tariffa per il passaggio dovesse essere di 140.000
lire, il ponte subirebbe la concorrenza di traghetti e aerei, con
gli effetti economici sul ritorno finanziario dell'intera operazione
già verificati negativamente nel caso dell'Eurotunnel sotto la
Manica. Tutto questo per un opera che non è "per sempre", ma la cui
vita è assicurata solo per 200 anni: e dopo ? E infine: perché
qualcuno dovrebbe pagare quasi quattro volte di più di quanto non si
faccia oggi ?
Come si è visto, molto dipende dai
volumi di traffico stimati, ma qui torniamo nel campo delle
opinioni: oggi sul ponte potrebbero transitare 10.000 veicoli al
giorno, siamo sicuri che domani ne transiterebbero 100.000 ? Su
quali basi qualcuno prevede un incremento del 250% delle merci e del
170% dei passeggeri ? E non sarebbe da folli --nel caso di effettivi
incrementi di quel genere-- continuare a mandare i TIR da Genova a
Palermo sull'autostrada invece che via mare ? Si può far
sommessamente notare, inoltre, che un cavallo vapore marino
trasporta 4000 kg di merci, mentre uno terrestre solo 150 e che,
quindi, è palesemente sconveniente ? Non sarebbe poi un colpo
mortale inferto al cabotaggio siciliano, che dovrebbe essere un
pilastro economico di quella che resta pur sempre un'isola ?
A ciò va aggiunto che molti
passeggeri non saranno sicuramente presenti all'appello, anzi,
mancheranno proprio i passeggeri più regolari, quelli a cui il ponte
avrebbe dovuto fare un gran favore, cioè gli abitanti di Reggio
Calabria, Villa San Giovanni e Messina che avrebbero gli accessi
alle rampe del ponte talmente lontani dai rispettivi centri abitati
da dover preferire comunque e sempre i traghetti o gli aliscafi. Il
ponte non è sicuramente un'alternativa valida per il traffico
locale.
In ultimo è curioso constatare come
i costi del ponte crescano di anno in anno, dai quasi 5000 iniziali
agli attuali 12.000 ai probabili 21.000 nella fase di realizzazione:
ha senso spendere tutti questi denari in questo tipo di opere quando
con 500 miliardi si potrebbero risistemare i traghetti pubblici e
privati e con circa 2000 miliardi costruire un sistema integrato
multimodale di trasporto che avrebbe un impatto ambientale ben
inferiore ?
Infine, possiamo discutere che il
ponte sia pericoloso, ma siamo certi che, in caso di sisma, sarebbe
quantomeno inutile. Appena tre anni fa è caduto il novantesimo
anniversario del più forte terremoto mai subìto, a memoria d'uomo,
dall'intero bacino del Mediterraneo.
Reggio Calabria e Messina
furono rase al suolo da un sisma
(XI-XII grado della scala Mercalli) che fece oltre 80.000 morti e
successivamente invase da onde di marea alte come palazzi. Siamo
sicuri che il rischio di costruire una struttura del genere nella
zona a più elevata sismicità del Mediterraneo sia sufficientemente
basso ? Reggerà un ponte che è stato commisurato a magnitudo 7,1
Richter, tenendo presente quel terremoto del 1908, visto che --non
essendoci al tempo rilevamenti strumentali adatti-- si tratta di una
stima indiretta e che, quindi, la scossa prossima ventura potrebbe
essere 7,2 o 7,5 ? Il terremoto umbro-marchigiano del 1997 ci dice
che forse non conosciamo abbastanza di sismi: e se non siamo stati
in grado di prevedere una "coppia sismica" dove prima non c'era mai
stata, che ne sappiamo che il prossimo terremoto tra Reggio e
Messina sarà 7,1 e non più dannoso?
E, infine, che ce ne facciamo di un
ponte che rimane in piedi se il terremoto è veramente "solo" 7,1
Richter ? Invece di unire due future aree cimiteriali, quello
che diventerebbero Reggio e Messina, non sarebbe meglio spendere
prima quelli e altri denari (pubblici e privati, occupazione e
profitti, di questo si tratta, sarebbero comparabili) nella
ristrutturazione di città che hanno solo il 5% antisismico ? Quali
sono le priorità dettate dal buonsenso ?
La Sicilia nord-orientale e la
Calabria meridionale sono davvero le regioni a più alto rischio
sismico dell'intero Mediterraneo. A partire dal IX secolo, quest'area
è stata colpita da almeno 13 terremoti d'intensità superiore al VII
grado della scala Mercalli. Inoltre, sul quadro geologico dello
stretto di Messina esistono tuttora discordanti interpretazioni:
sulla genesi stessa dello stretto è in corso da anni un acceso
dibattito scientifico, e persino la faglia del terremoto del 1908
resta da definire con certezza sul versante calabrese. Per quanto
riguarda la vulnerabilità strutturale del ponte, rimane da
verificare la risposta di un'opera tanto complessa e delicata ad una
serie di violente scosse ravvicinate, sul modello della crisi
sismica calabrese del 1753, caratterizzata da cinque scosse
principali comprese tra magnitudo 5,6 e 7 della "scala" Richter e
concentrate in un periodo di tre mesi.
Il ponte verrebbe poi assemblato per
saldatura, procedimento meno costoso di quello con bullonatura o
chiodatura a freddo, ma anche molto meno sicuro: tutti i modellini
su cui sono state applicate sollecitazioni tipo sisma hanno mostrato
rotture per fatica se saldati invece che bullonati. Franco De Majo
(già docente di Costruzioni Ferroviarie al Politecnico di Torino) fa
notare che la saldatura induce tensioni nell'impalcato che, sommate
alle tensioni da carico, renderanno vulnerabile la struttura.
Inoltre lo stesso De Majo mostra perplessità sui giunti di estremità
(lo studio dei quali risulta "non approfondito") e sulle cerniere
elastiche, a suo parere, praticamente irrealizzabili. Si dice: ma
negli Stati Uniti e in Giappone i ponti si costruiscono, eppure sono
aree sismiche. Si costruiscono, ma crollano pure, in seguito a
terremoti, come accaduto a Kobe, in Giappone, nel 1995: strutture
molto più basse e con decine (!) di piloni di sostegno di cemento
armato piegati come burro. Per consolazione, però, il ponte sullo
stretto di Messina sarebbe in grado di resistere egregiamente a
un'esplosione nucleare che avvenisse fino a mezzo chilometro di
distanza. Ma prima di scampare, eventualmente, al prossimo
terremoto, il ponte va costruito e per farlo lo sconvolgimento
idrogeologico sarebbe catastrofico. Si tratta prima di tutto di
impiantare, a oltre 50 metri di profondità, due piloni alti quasi
400 metri per un totale di circa 500.000 metri cubi di cemento. Per
fabbricare tutto quel cemento poi, ci vuole il calcare che deve
venire dal più vicino possibile, che significa aprire decine di
nuove cave nell'area dello stretto con sfregio ambientale
irreversibile di colline e versanti, fino allo stravolgimento vero e
proprio della carta topografica del rilievo esistente.
Nello scavare le due fosse si
tirerebbero fuori 8 milioni di metri cubi di terra, sabbia, ghiaia e
detriti rocciosi: che ci si fa ? Dove vengono portati ? In quanto
tempo e con che mezzi? Cosa invece comporterebbe lo scavo è subito
detto: l'alterazione completa di ogni equilibrio idrogeologico delle
aree di appoggio, ivi compreso il prosciugamento del lago Ganzirri
(nel messinese). Che gli smottamenti siano un fenomeno
frequentissimo proprio in quel settore lo testimonia la recentissima
frana che ha investito il treno Roma - Messina a Scilla rischiando
la strage: siamo sicuri che convenga alterare quel poco che resta in
equilibrio ? La messa in sicurezza (naturalistica) del territorio
non dovrebbe venire prima della costruzione di qualsiasi opera ? Lo
stesso approvvigionamento idrico per la costruzione sarebbe un serio
problema, tutto questo in un'isola in via di desertificazione dove,
durante la stagione estiva, ci sono molti paesi che non hanno acqua
da bere a sufficienza. Non sarà il caso di farsi sfiorare dal dubbio
che ci sia un impiego migliore di tutti quei miliardi ?
C'è forse ancora un piccolo margine
di riflessione per chi non si rassegna a quella che sembra sempre di
più un'inutile e male indirizzata opera dimostrativa, sotto
qualsiasi latitudine politica la si osservi. Se i dubbi di natura
tecnica e scientifica sono così tanti, se il buon senso è venuto
drammaticamente a mancare e tutti sono solo abbagliati dal miraggio
di un'opera meramente dimostrativa, e, soprattutto, se non ci sono
evidenti benefici di tempo e vantaggi di traffico e, anzi, si
stornano risorse utili altrove, ma allora a cosa e a chi serve il
ponte sullo stretto di Messina ? |