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Il più grande astronomo dell’antichità !

Ipparco di Nicea o Hipparcos
[
ππαρχος ], astronomo greco del II secolo a.C. nato secondo la tradizione a Nicea in Bitinia (che attualmente si trova in Turchia presso il paese di İznik nella provincia di Bursa), visse ad Alessandria e operò principalmente nell’isola di Rodi.

Egli catalogò ca. 800 stelle ripartendole in sei classi di grandezza e, confrontando le sue osservazioni con quelle fatte da Aristillo e Timocari un secolo e mezzo prima, scoprì il fenomeno della precessione degli equinozi.

Calcolò con buona approssimazione la distanza Terra-Luna e introdusse l'uso delle coordinate geografiche.


Hipparcos all'Osservatorio di Rodi


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Ipparco di Nicea o Hipparcos

Christopher Walker, "L’astronomia prima del telescopio", edizioni Dedalo, 1997

La trasformazione dell'astronomia matematica greca da scienza descrittiva a scienza predittiva si realizzò con l'opera di Ipparco, nato a Nicea in Asia Minore, ma vissuto per lo più a Rodi (dal 150 al 125 circa a.C.).
Si trattò di un vero genio, un innovatore sia per quanto riguarda le tecniche matematiche che per quelle osservative, con una capacità di giudizio sufficientemente distaccata per diffidare dei propri come degli altrui risultati, e con una operosità tale da sottoporli continuamente a verifica e a correzione. Ma nonostante tutte le sue straordinarie capacità, non avrebbe potuto compiere ciò che fece senza l'ausilio fornitogli dalla contemporanea astronomia mesopotamica.
Abbiamo già riscontrato elementi che denunciano le influenze mesopotamiche nell'opera di Metone e di Eudosso, e altri Greci prima di Ipparco erano a conoscenza di singole caratteristiche dell'astronomia babilonese, ma Ipparco fu il primo greco (e forse da un certo punto di vista l'unico) ad avere acquisito una conoscenza dettagliata sia dei contenuti del grande archivio del materiale osservativo babilonese risalente all'ottavo secolo a.C., sia delle potenti tecniche matematiche per calcolare e predire fenomeni di natura lunare o planetaria che erano state sviluppate in secoli più recenti dagli scriba astronomi, e che erano ancora in uso nella sua epoca. Non disponiamo di informazioni sulle modalità grazie alle quali Ipparco acquistò queste conoscenze (tutti i suoi numerosi scritti, eccetto uno, sono andati perduti e la maggior parte delle nostre informazioni su di lui ci vengono dall'Almagesto di Tolomeo e da altre fonti secondarie), ma la sua dovizia di dettagli e la precisione dei suoi riferimenti ci inducono a pensare che avesse un alto livello di istruzione personale, e disponesse di traduzioni di testi babilonesi. Benché Babilonia fosse stata conquistata dalla dinastia iraniana dei Parti nel corso della vita di Ipparco, era quantomeno rimasta accessibile e familiare ai Greci fin dall'epoca delle conquiste di Alessandro Magno.
Comunque avesse acquisito tali informazioni, Ipparco fu il principale canale di trasmissione di tali dati scientifici al mondo greco, a costo di un grande e intenso impegno. Per esempio, compilò una lista completa delle eclissi lunari osservate a Babilonia a partire dall'ottavo secolo a.C. che non consisteva semplicemente in una traduzione dei relativi archivi babilonesi, ma nella conversione delle date riferite al regno babilonese in un opportuno calendario fruibile da parte degli astronomi greci (Ipparco utilizzò, e presumibilmente introdusse nella pratica astronomica, l'anno egiziano invariabile composto da 365 giorni). Questa ricchezza e abbondanza di dati fu essenziale non solo per lo stesso Ipparco ma anche per il suo successore Tolomeo alle prese con la riforma dell'astronomia greca. Ma tutto questo materiale osservativo non fu forse l'elemento più importante che Ipparco mutuò dalla Mesopotamia: egli fu infatti sommamente debitore alla teoria matematica che era stata sviluppata in quella terra. Uno dei grandi vantaggi degli astronomi babilonesi nell'affrontare i calcoli matematici era il sistema sessagesimale (una notazione posizionale delle cifre che componevano il numero, simile al nostro sistema decimale, ma la cui base è 60). Ipparco adottò una versione di tale sistema (servendosi dei numeri greci) per rimpiazzare l'esistente e pesante struttura di unità frazionarie; senza tale innovazione è difficile immaginare in che modo avrebbe potuto costruire le tavole astronomiche. Suddivise inoltre l'eclittica e i cerchi in genere in 360 gradi. Anche in mancanza di una conoscenza adeguata dei dettagli delle sua pratica astronomica, possiamo affermare senza alcun dubbio che Ipparco adottò inoltre le tecniche aritmetiche babilonesi, per esempio nei suoi calcoli delle posizioni sia della luna che dei pianeti. Recenti scoperte hanno mostrato che alcune parti delle più precise tavole di effemeridi lunari di origine babilonese esistevano anche in versione greca, e Ipparco ne è probabilmente l'artefice più plausibile. Ma soprattutto, sembra che Ipparco abbia mutuato dai Babilonesi, trasferendola alla teoria greca, l'idea dell'astronomia come scienza predittiva, basata su tecniche matematiche e precise relazioni periodiche. Nel far ciò, produsse una fusione di questi due elementi, il che ci offre l'immagine di una delle imprese di maggior successo di questa antica civiltà.
I risultati raggiunti da Ipparco sono ben illustrati dall'esempio della sua teoria lunare, di cui conosciamo molti dettagli grazie alla discussione di Tolomeo. Egli diede per scontato il fatto che il moto lunare potesse essere spiegato da un semplice modello epicicloidale o eccentrico, come avevano fatto i suoi predecessori. Ma per poter utilizzare tale modello per calcolare la posizione lunare in un determinato momento, era necessario conoscere la dimensione dell’epiciclo (o, in altre parole, l’ammontare dell’eccentricità), e anche alcune posizioni "medie" della Luna (cioè la sua ubicazione nel momento in cui l’epiciclo o l’eccentrico non ne influenzavano la posizione, per esempio, all’apogeo). Per determinare l’eccentricità dell’orbita lunare Ipparco elaborò un metodo ingegnoso servendosi di tre eclissi lunari. La Luna durante queste tre eclissi è rappresentata da tre punti, M, N, Q sull’eccentrico (figura 23). Gli angoli al centro formati da questi tre punti in C, centro dell’eccentrico, e in E (terra o osservatore) sono noti.
Quindi, secondo la geometria euclidea, si può trovare il rapporto e:R fra l’eccentricità EC e il raggio dell’eccentrico, e anche la direzione dell'apogeo relativamente ad una delle tre eclissi. Gli angoli in E sono dati dalla vera posizione della luna durante le tre eclissi, ma non sono direttamente osservati: ciò che Ipparco trovò negli archivi babilonesi o in altre testimonianze di eclissi fu soltanto il tempo a metà dell'eclisse.
Ciò nonostante, in quel momento la luna è direttamente opposta al sole; così egli calcolò la posizione solare (probabilmente utilizzando i metodi aritmetici di origine babilonese piuttosto che il modello solare eccentrico che sviluppò in epoca successiva} in questi tre momenti, e aggiunse 180° per ricavare la posizione della luna. Gli angoli in C sono ricavati dal moto medio della luna fra le eclissi, che Ipparco derivò dalle relazioni periodiche assunte in blocco dagli astronomi babilonesi e che costituiscono un elemento fondamentale della sua teoria lunare.
Tali relazioni sono attribuite ad Ipparco da Tolomeo nel suo Almagesto, e sono implicitamente o esplicitamente contenute nelle effemeridi lunari cuneiformi estratte dal sito archeologico di Babilonia nel diciannovesimo secolo, la cui scoperta diede inizio ad una nuova fase nella comprensione dell'astronomia greca, così come babilonese.
Eccole:
- In 251 mesi la luna compie 269 ritorni in anomalia (un ritorno in anomalia è un ritorno alla stessa velocità; in termini greci, un ritorno nello stesso punto dell'epiciclo).
- In 5,458 mesi la luna compie 5,923 ritorni in latitudine.
- La lunghezza del mese sinodico medio è pari a 29; 31,50, 8,20 giorni.
Per risolvere questo problema (e in realtà per portare a compimento l'intero programma di produrre un'astronomia computazionale utilizzando metodologie di origine greca}, è necessario uno strumento ulteriore, propriamente la trigonometria, dal momento che occorre risolvere un certo numero di triangoli a partire dalla conoscenza di lati e angoli. Prima di Ipparco, tale disciplina non esisteva: nell'astronomia babilonese, che operava secondo criteri aritmetici, non era necessaria, mentre l' astronomia e la geometria greche erano state fino ad allora ampiamente teoriche, e quando sorgevano problemi che ci si aspetterebbe di vedere risolti grazie alla trigonometria, si tentava invece di trattarli con metodi di approssimazione per stabilire limiti superiori e inferiori, come può essere riscontrato nelle opere di Archimede e Aristarco. Non è un caso che Ipparco sia il primo studioso greco il cui nome è associato ad una funzione trigonometrica: si dice che abbia calcolato una tavola di corde. Tolomeo spiega nel primo libro dell'Almagesto come calcolare tale tavola (legata alla moderna funzione seno), e quella di Ipparco, sebbene fosse probabilmente piuttosto semplice, nondimeno assolveva il suo compito.
Con procedure analoghe, Ipparco stabili inoltre un modello epicicloidale/eccentrico per il sole, basato sulle lunghezze osservate delle stagioni e dell'anno solare (a questo scopo, dedicò molta attenzione all'osservazione degli equinozi). In seguito, poté passare ad analizzare il problema della predizione delle eclissi lunari e solari. Ma tale problema, a sua volta comprendeva la questione della parallasse, che poteva essere risolta solo a patto di trovare le distanze della luna e del sole dal nostro pianeta. Molti studiosi greci avevano a lungo discusso prima di Ipparco su questo problema, e Aristarco aveva persino ideato un metodo teorico per calcolare le distanze, che, come abbiamo sottolineato, era inutile da un punto di vista pratico. La procedura adottata da Ipparco era la prima in grado di fornire un valore ragionevolmente corretto per la distanza lunare. Si basava sul fatto che il sole e la luna appaiono sotto lo stesso angolo in una determinata posizione della luna nella sua orbita (figura 24). Le misure di questo angolo (il "diametro apparente" della luna o del sole) possono essere eseguite per via strumentale (e in effetti si dice che Ipparco abbia compiuto tali osservazioni con la "diottra a quattro cubici", uno strumento universale da' lui inventato), ma possono anche essere ricavate da osservazioni durante le eclissi, analogamente a ciò che si fa per valutare il diametro dell'ombra della terra durante un'eclissi lunare, elemento quest'ultimo necessario a tali calcoli. Si può mostrare che, dati questi due angoli nella configurazione rappresentata, se è nota la distanza della luna EM, si può calcolare la distanza ES del sole, o viceversa. Ipparco scelse questa seconda possibilità, stimando la distanza del sole pari a 490 raggi terrestri, da cui ricavò il valore di 67 e 1/3 raggi terrestri per la distanza della luna. Benché l'assunzione di un valore così piccolo per la distanza (inconoscibile) del sole possa apparire contraddittoria, in realtà essa trova la sua giustificazione osservando che 490 raggi terrestri corrispondono ad una parallasse massima di 7': Ipparco, non potendo trovare un valore misurabile della parallasse per il sole, assunse che essa dovesse essere inferiore a 7', il che significa che il sole deve trovarsi ad una distanza di almeno 490 raggi terrestri. Si tratta di una conseguenza interessante della configurazione secondo cui se la distanza del sole cresce, quella della luna decresce: quindi la quantità pari a 67 e 1/3 raggi terrestri rappresenta la massima distanza della luna. Per di più, dal momento che la distanza del sole tende all'infinito, quella della luna tende non a zero ma a circa 59 raggi terrestri. Ipparco era quindi in grado di fissare la distanza della luna, quando essa presenta lo stesso diametro apparente del sole, compresa fra 59 e 67 raggi terrestri circa. Ciò si avvicina sufficientemente alla verità così da produrre valori per la parallasse che risultano in buon accordo con l'osservazione nel calcolo delle eclissi solari.
Ipparco riuscì quindi a elaborare una teoria del sole e della luna che, benché non completamente soddisfacente, poté essere (e fu) utilizzata dai suoi successori per calcolare le posizioni di tali corpi e le eclissi risultanti. Per i pianeti, tuttavia, il suo lavoro fu critico piuttosto che costruttivo. Dimostrò che le teorie che erano state proposte fino a quel momento per spiegare il loro movimento erano inadeguate. La sua principale obiezione riguardava il fatto che i modelli planetari dei suoi predecessori greci, sia quello epicicloidale che quello eccentrico, avevano indistintamente assunto la presenza di una singola "anomalia", ovvero un fattore responsabile del moto non-uniforme, il cui periodo era pari al tempo impiegato dal pianeta per ritornare nella stessa posizione rispetto al sole - di qui il nome di anomalia sinodica.
Ipparco sapeva, in virtù dei suoi studi sulle effemeridi planetarie babilonesi, che i compilatori di tali tavole avevano fatto riferimento a due anomalie, quella sinodica e quella siderale (il cui periodo era pari al tempo impiegato dal pianeta per fare ritorno allo stesso punto sull'eclittica). Ipparco non produsse una teoria alternativa per il moto dei pianeti, ma propose relazioni periodiche per il moto medio di tutti e cinque i pianeti conosciuti (derivate, come le sue relazioni periodiche relative alla luna, da fonti babilonesi), e compilò inoltre un elenco di tutte le osservazioni planetarie che riuscì ad estrarre dalle fonti greche e babilonesi, convertite ad un comune calendario, al servizio dei suoi successori.
Ipparco trascorse probabilmente molti anni osservando e registrando le posizioni delle stelle fisse. Apparentemente, lo scopo era quello di delineare un globo stellare, e possiamo farci un'idea dei suoi risultati attraverso l'unica sua opera sopravvissuta fino a noi, un commento (altamente critico) delle descrizioni dei cieli da parte di Eudosso e Arato. Ma nel corso di questo lavoro di confronto fra le sue osservazioni e quelle dei suoi predecessori greci, fece incidentalmente la scoperta per cui oggi è universalmente famoso, cioè la "precessione degli equinozi". In termini greci, le longitudini celesti delle stelle fisse, misurate dall'intersezione dell'equatore celeste e dell'eclittica, aumentano molto lentamente. Questo moto è così lento che Ipparco stentava a stabilirne l'entità e, inizialmente, dubitava anche del fatto che esso riguardasse tutte le stelle o soltanto quelle in prossimità dell'eclittica (la sua volontà di contemplare questa ultima ipotesi è un notevole esempio della sua libertà dalle pastoie dell'antico modo di pensare ad una "sfera di stelle fisse"). Decise alla fine che tale precessione era comune a tutte le stelle, e che ammontava ad almeno 1° in 100 anni.
Ipparco fu innovatore anche in altre aree: nella geografia matematica, nella progettazione di strumenti (si ha ragione di credere che abbia inventato l'astrolabio piano) e nell'astrologia. Ma la sua impresa più eclatante è la rivoluzione che avviò nell'astronomia greca. Tuttavia, nonostante gli enormi contributi apportati a questa rivoluzione, quest'ultima era tutt'altro che completata quando Ipparco arrestò i suoi studi, e dovettero passare più di 300 anni prima di vedere comparire sulla scena un degno successore. Parliamo di Tolomeo, il cui Almagesto contiene numerosi riferimenti a Ipparco, sia di ammirazione che di critica, e resta la più importante fonte per le nostre informazioni su questo grande predecessore. Sfortunatamente Tolomeo non fa quasi parola dello sviluppo dell'astronomia nel periodo intermedio, non tanto perché non ci fosse una classe di astronomi attivi, ma perché il suo disprezzo per il loro operato era così grande da non voler dar loro neppure una parvenza di dignità menzionandoli. Dal momento che il successo dell'Almagesto cancella le tracce del loro lavoro (come fece quello di Ipparco), siamo male informati su questo pure interessante periodo dell'astronomia greca. Alcune informazioni ci vengono da ritrovamenti di papiri egizi, ma la immagine migliore ci è offerta dalle opere a carattere astronomico di origine indiana, dal momento che, nonostante i testi in lingua sanscrita rimasti siano stati scritti in epoca successiva, essi sono in parte mutuati da una tradizione greca pre-tolemaica. Il problema di distinguere gli elementi di origine locale da quelli di origine greca rimane ancora oggi spinoso.
Ipparco all'occorrenza fece uso di uno schema lunare babilonese, basato su un ciclo di 248 giorni, per determinare la posizione longitudinale della luna, almeno per il moto a corto termine. Tale schema fu adottato e sviluppato dai suoi successori, e in realtà sembra essere rimasto il metodo usuale di calcolare la posizione della luna, almeno fra gli astrologi. Dal loro punto di vista, la principale lacuna nell'attività di Ipparco consisteva nella mancata elaborazione di un modello planetario di natura computazionale. Tali modelli furono ben presto forniti, e davvero l'enorme sviluppo dell'astrologia legata alla preparazione degli oroscopi nel primo secolo a.C. sta a dimostrare la loro crescente disponibilità e diffusione, dal momento che il calcolo delle posizioni dei corpi celesti alla nascita, al concepimento e in altri momenti critici della vita umana è essenziale per lo svolgimento di tali pratiche. Dai testi indiani ricaviamo un'idea della struttura assunta da tali modelli: venivano effettivamente tenute in considerazione le anomalie sinodica e siderale, che erano rappresentate da epicicli, da eccentrici o da loro combinazioni, ma in una maniera che dev'essere sembrata completamente insoddisfacente a qualcuno desideroso di sapere in che modo le varie parti del modello interagivano fra loro. Ciò dà ragione del totale silenzio di Tolomeo verso questi modelli, fatta eccezione per un paio di sprezzanti digressioni. Tuttavia, furono prodotti anche risultati numerici che risposero alle necessità degli astrologi. Furono elaborate tabelle per calcolare le posizioni astronomiche, nelle quali i moti medi erano rappresentati dal numero di rivoluzioni intere eseguite dal corpo celeste in un lungo periodo di molte migliaia o milioni di anni. Per calcoli che coinvolgevano la posizione dell'osservatore sulla terra, in assenza di conoscenze di trigonometria sferica, venivano utilizzati svariati e ingegnosi metodi di geometria descrittiva, che erano stati inizialmente sviluppati nella teoria della meridiana in Grecia (sotto il nome generico di analemma), e che erano stati probabilmente utilizzati da Ipparco per altri scopi astronomici. Il principale teorema che gettò le basi per la trigonometria sferica, in seguito sostituito da Tolomeo, fu scoperto verso la fine di questo periodo da Menelao di Alessandria (c. 100 d.C.).



Fig. 23. Determinazione di Ipparco dell'eccentricità lunare e della posizione del l'apogeo in base a tre eclissi lunari. A partire dagli angoli formati dalla luna nelle, tre posizioni M, N, Q, rispetto al centro C e alla terra E, si possono calcolare il rapporto e: R e la direzione di EC.
Hipparcos Figura 23
Fig. 24. Determinazione di Ipparco delle distanze del sole e della luna dai diametri apparenti del sole, della luna e dell'ombra. Nella situazione rappresentata, i dischi della luna (di centro M) e del sole (di centro S) sono visti sotto lo stesso angolo dal centro della terra E. Conoscendo sia questo angolo che l'angolo sotto cui è vista l'ombra della terra durante un'eclissi lunare alla stessa distanza della luna, a partire dalla distanza ES del sole (in termini del raggio della terra) si può calcolare la distanza EM della luna, e viceversa.
Hipparcos Figura 24
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Bibliografia Hipparcos:

- Berry A. (1898)  "A Short History of Astronomy". 
  London: Murray  (Dover reprint, 1961), 440 pp.

- Neugebauer, O. (1975) "A History of Ancient Mathematical
  Astronomy".  New York: 3 voll.

- Toomer, G. J. (1978) "Hipparchus". Dict. Sci. Biogr.,
  vol.15 (Suppl. 1), pp.207-224
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Sottofondo musicale:  parte della colonna sonora del film "Picnic At Hanging Rock", regia di Peter Weir, 1975.  Gheorghe Zamfir, compositore rumeno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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