Tra i più
disastrosi terremoti della storia
Il disastroso terremoto e maremoto in Sicilia e in Calabria del
28 dicembre 1908 che devastò Messina e Reggio
Calabria.
A cura di Michele Squillaci, tratto da:
www.cronologia.it
E' appena
passato il Natale, siamo nella notte tra il 28 e il 29 dicembre, ore
5,21 di lunedì 28 dicembre 1908. Un boato scuote la terra con
violenza inaudita. Uno dei più tremendi terremoti della storia
italiana si abbatte sulle due città meridionali; entrambe sono rase
al suolo da una scossa catastrofica d'eccezionale gravità e da
un’onda di maremoto. Le vittime furono circa 80.000 soltanto a
Messina su una popolazione di circa 140.000 abitanti. Tra gli
altri persero la vita la moglie e i figli di Gaetano Salvemini che a
quel tempo insegnava presso l'Università di Messina. A Messina
soltanto il 2% degli edifici non rimase danneggiato. A Reggio
Calabria ci furono circa 15.000 morti su una popolazione di 45.000
abitanti. Numerose furono le vittime anche nei paesi limitrofi.
Altissimo il numero dei feriti e catastrofici i danni materiali. Fu
un disastro di proporzioni anche economiche che dopo un secolo non
si é ancora rimarginato.

Che cosa
succede ?
Questa
probabilmente fu la domanda che girò in tempo reale nel mondo,
secondo i parametri e la strumentazione dell’epoca, non appena i
sismografi registrarono il verificarsi di un terremoto di grande
magnitudo, inquadrabile settorialmente in una zona probabilmente
ubicata in Italia. Nessuna ulteriore informazione disponibile, solo
le tracce marcate dai pennini sui tabulati degli osservatori sismici
che gli studiosi cominciarono velocemente ad analizzare ed
interpretare. I telegrafi cominciarono a ticchettare in attesa di
ottenere e scambiare notizie. Così….prima di ottenere una
qualsivoglia comunicazione ufficiale molte nazioni del mondo e
l’Italia stessa, furono informate attraverso la strumentazione
scientifica del terremoto del 1908 che devastò Messina e Reggio
Calabria.
I sismografi misero in evidenza solo la grande intensità delle
scosse senza consentire però agli specialisti di individuare con
altrettanta certezza la specifica localizzazione e solo di
immaginare, ovviamente, i possibili danni provocati da un sisma di
quella intensità. Gli addetti all’osservatorio Ximeniano annotarono:
“stamani alle 5,21 negli strumenti dell'Osservatorio è incominciata
una impressionante, straordinaria registrazione: “Le ampiezze dei
tracciati sono state così grandi che non sono entrate nei cilindri:
misurano oltre 40 centimetri”.
I Luoghi
Messina città
portuale della Sicilia, di antichissima origine, è situata sulla
costa occidentale dell'omonimo stretto e dista circa 6 km dalla
sponda calabra. Nel corso della sua storia fu soggetta a molte
vicissitudini, alcune epidemie fecero strage dei suoi abitanti ed il
terremoto del 1783 distrusse gran parte della città. Ricostruita,
subì poi gravi danni nel periodo risorgimentale a causa dei
bombardamenti cui fu soggetta da parte borbonica. Esclusi i
bombardamenti, anche Reggio Calabria subì più o meno analoghe
disavventure rimanendo anch’essa pressoché distrutta dal terremoto
del 1783 che determinò la successiva riedificazione di molti dei
suoi quartieri secondo un nuovo piano regolatore e con criteri
innovativi.
Gli
avvenimenti
Il 28 dicembre
1908, lunedì, alle ore 5,21 del mattino, nella piena oscurità e con
gli abitanti in parte immersi nel sonno, un terremoto, che raggiunse
il 10° grado della scala Mercalli, accompagnato da un maremoto, mise
a soqquadro le coste calabro-sicule con numerose scosse devastanti.
La città di Messina, con il crollo di circa il 90% dei suoi edifici,
fu sostanzialmente rasa al suolo. Gravissimi i danni riportati da
Reggio Calabria e da molteplici altri centri abitati del
circondario. Sconvolte le vie di comunicazione stradali e
ferroviarie nonché le linee telegrafiche e telefoniche.
L’illuminazione stradale e cittadina venne di colpo a mancare a
Messina, Reggio, Villa San Giovanni e Palmi, a causa dei guasti che
si produssero nei cavi dell’energia elettrica e della rottura dei
tubi del gas.
A Reggio Calabria andarono distrutte fra le altre, la villa
Genoese-Zerbi e i palazzi Mantica, Ramirez e Rettano, nonché diversi
edifici pubblici. Caserme ed ospedali subirono gravi danni, 600 le
vittime del 22° fanteria dislocate nella caserma Mezzacapo,
all'Ospedale civile, su 230 malati ricoverati se ne salvarono solo
29.
A Bagnara di Calabria crollarono numerose case. A Palmi andò
distrutta la chiesa di San Rocco. A Trifase nei pressi di Catanzaro
si ebbero molti danni ma fortunatamente pochi gli scomparsi data la
modesta dimensione delle abitazioni. In Sicilia si ebbero crolli a
Maletto, Belpasso, Mineo, S. Giovanni di Giarre, Riposto e Noto. A
Caltagirone crollò per metà il quartiere militare.
A Messina, maggiormente sinistrata, rimasero sotto le macerie ricchi
e poveri, autorità civili e militari. Nella nuvola di polvere che
oscurò il cielo, sotto una pioggia torrenziale ed al buio, i
sopravissuti inebetiti dalla sventura e semivestiti non riuscirono a
realizzare immediatamente l’accaduto. Alcuni si diressero verso il
mare, altri rimasero nei pressi delle loro abitazioni nel generoso
tentativo di portare soccorso a familiari ed amici. Qui furono colti
dalle esplosioni e dagli incendi causati dal gas che si sprigionò
dalle tubature interrotte. Tra voragini e montagne di macerie gli
incendi si estesero, andarono in fiamme case, edifici e palazzi
ubicati nella zona di via Cavour, via Cardines, via della Riviera,
corso dei Mille, via Monastero Sant'Agostino.
Ai danni provocati dalle scosse sismiche ed a quello degli incendi
si aggiunsero quelli cagionati dal mare. Improvvisamente le acque si
ritirarono e dopo pochi minuti almeno tre grandi ondate aggiunsero
al già tragico bilancio altra distruzione e morte. Onde gigantesche,
alte oltre 10 metri, raggiunsero il litorale spazzando e schiantando
quanto esistente. Nel suo ritirarsi la marea risucchiò barche,
cadaveri e feriti. Molte persone, uscite incolumi da crolli ed
incendi, trascinate al largo affogarono miseramente. Alcune navi
alla fonda furono danneggiate, altre riuscirono a mantenere gli
ormeggi entrando in collisione l’una con l’altra ma subendo danni
limitati. Il villaggio del Faro a pochi chilometri da Messina andò
quasi integralmente distrutto. La furia delle onde, spazzò via le
case situate nelle vicinanze della spiaggia anche in altre zone. Le
località più duramente colpite furono Pellaro, Lazzaro e Gallico
sulle coste calabresi; Riposto, S.Alessio, Briga e Paradiso su
quelle siciliane.
Gravissimo il bilancio delle vittime. Messina che all’epoca contava
circa 140.000 abitanti ne perse circa 80.000 e Reggio Calabria
registrò circa 15.000 morti su una popolazione di 45.000 abitanti.
Altissimo fu il numero dei feriti e catastrofici furono i danni
materiali. Numerosissime scosse di assestamento si ripeterono nelle
giornate successive e fin quasi alla fine del mese di marzo 1909.
Prime notizie
e soccorsi
A Messina,
sede della 1° squadriglia torpediniere della Regia Marina, si
trovarono ancorate nel porto la torpediniere “Saffo”, “Serpente”,
“Scorpione”, “Spica” e l'incrociatore “Piemonte”; a bordo di quest’ultimo
un equipaggio di 263 uomini tra ufficiali, sottufficiali e marinai.
Alle otto del mattino della stessa giornata del 28, la torpediniera
“Saffo”, riuscì ad aprirsi un varco fra i rottami del porto. I suoi
uomini e quelli della R.N. “Piemonte” sbarcarono dando così inizio
alle prime opere di soccorso. Raccolte immediatamente oltre 400
persone, tra feriti e profughi, le stesse furono successivamente
trasportate via mare a Milazzo.
Non fu
possibile ritrovare vivo il comandante della “Piemonte”, Francesco
Passino, sceso a terra nella serata precedente per raggiungere la
famiglia e deceduto unitamente alla stessa a causa dei crolli.
A bordo dell’incrociatore, raggiunto da alcuni ufficiali
dell’esercito sopravissuti al disastro ed in accordo con le autorità
civili, furono assunti i primi provvedimenti per raccogliere ed
inquadrare il personale disponibile, informare dell’accaduto il
Governo e chiedere rinforzi.
Allo scopo l’incarico fu attribuito al tenente di vascello A.
Belleni che con la sua torpediniera, la “Spica” ed altre unità
lasciò il porto di Messina, malgrado le cattive condizioni del mare,
raggiungendo alcune ore dopo Marina di Nicotera da dove riuscì a
trasmettere un dispaccio telegrafico. Dello stesso fu poi data
comunicazione anche al ministro delle marina: "Oggi la nave
torpediniera Spica, da Marina di Nicotera, ha trasmesso alle ore
17,25 un telegramma in cui si dice che buona parte della città di
Messina è distrutta. Vi sono molti morti e parecchie centinaia di
case crollate. È spaventevole dover provvedere allo sgombero delle
macerie, poiché i mezzi locali sono insufficienti. Urgono soccorsi,
vettovagliamenti, assistenza ai feriti. Ogni aiuto è inadeguato alla
gravità del disastro. Il comandante Passino è morto sotto le
macerie".
Azione del
Governo e della Marina italiana e straniera
La prima
notizia ufficiale del disastro giunse quindi col telegramma
trasmesso da Marina di Nicotera dal comandante della torpediniera
Spica. Altre ne seguirono da diverse località e strutture dando
un’idea approssimativa della catastrofe. Nella stessa serata del 28,
riunito d’urgenza il Consiglio dei Ministri, il Presidente del
Consiglio On. Giolitti esaminò la situazione emanando di concerto le
prime direttive del Governo.
Il Comando di Stato Maggiore dell’esercito diffuse ordini operativi
mobilitando gran parte delle unità presenti sul territorio
nazionale. Il Ministro della marina fece comunicare alla divisione
navale in navigazione nelle acque della Sardegna, composta dalle
corazzate "Regina Margherita", "Regina Elena", "Vittorio Emanuele" e
dall’incrociatore "Napoli", di cambiare rotta e dirigersi verso la
zona disastrata. Il Ministro dei Lavori Pubblici l’On. Piero
Bertolini partì subito per Napoli da dove, imbarcatosi
sull’incrociatore "Coatit", raggiunse Messina. Anche il Re e la
Regina partirono il 29 per Napoli; saliti poi sulla "Vittorio
Emanuele", in sosta per caricare a bordo anche materiale sanitario e
generi di conforto, raggiunsero la Sicilia nelle prime ore della
giornata successiva.
Ma già nella mattinata del 29, la rada di Messina cominciò ad
affollarsi. Una squadra navale russa alla fonda ad Augusta si
diresse a tutta forza verso la città con le navi “Makaroff”, “Guilak”,
“Korietz”, “Bogatir”, “Slava”, “Cesarevitc”. Subito dopo fecero la
loro comparsa le navi da guerra inglesi “Sutley”, “Minerva”, “Lancaster”,
“Exmouth”, “Duncan”,” Euryalus”.
Alcuni equipaggi scesi a terra furono immediatamente impiegati nelle
operazioni di soccorso caricando a bordo sfollati e feriti e
concorrendo generosamente ad azioni di salvataggio e di polizia.
Subito dopo arrivarono le navi italiane che si ancorarono ormai in
terza fila. Malgrado la sorpresa, nessuno…se la prese più di tanto
anche se, qualche tempo dopo, la stampa intervenne polemicamente.
Messe in mare le scialuppe anche gli equipaggi italiani furono
sbarcati ed impiegati secondo le esigenze del caso. Il Re e la
regina arrivarono all’alba del 30. Con una lancia a motore,
accompagnati dai ministri Bertolini e Orlando, percorsero la costa
per poi fare ritorno a bordo della loro nave. Data la gravità e le
difficoltà della situazione, la regina rimasta sulla corazzata
contribuì con grande impegno alla cura degli infermi mentre il Re
raggiunse la terraferma per portare alle truppe italiane e
straniere, impegnate nelle difficili operazioni di prima assistenza,
le proprie espressioni di elogio e riconoscenza.
Le navi da guerra, trasformate ormai in ospedali e trasporti,
caricati i feriti fecero poi la spola con Napoli ed altre città
costiere occupandosi anche di trasferire le truppe già concentrate
nei porti ed in attesa di destinazione. Cominciò l’afflusso di
uomini tra cui i Carabinieri delle legioni di Palermo e di Bari e
molteplici reparti dell’esercito. A chi arrivò di notte la città di
Messina apparve illuminata dagli incendi che continuarono ad ardere
per parecchi giorni.
La R.N. “Napoli” da Messina si trasferì a Reggio Calabria. Il suo
comandante U.Cagni, assunto provvisoriamente il comando della
“piazza” e delle operazioni di soccorso, sbarcò i marinai della nave
per organizzare l’assistenza ed impiantare un primo ospedale da
campo destinato alla medicazione dei feriti leggeri. Quelli più
gravi furono trasportati a bordo. Il Cagni divise poi la città in
varie zone assegnandole agli uomini della “Napoli” ed alle truppe
dell’esercito già disponibili in loco tra cui i superstiti del 22°
fanteria ed alcuni distaccamenti del 2° bersaglieri sopraggiunti nel
frattempo. I marinai assieme ad alcuni nuclei di carabinieri
organizzarono anche pattuglie di ronda con lo scopo di provvedere
anche alle esigenze di Pubblica Sicurezza.
La stampa uscì con le prime edizioni dei giornali riportando
dapprima dati sintetici e poi informazioni dettagliate con il
sopraggiungere di notizie più certe e particolareggiate. L'Italia,
sbalordita, seppe così che a Reggio, a Messina, interi quartieri
erano crollati, che sotto le macerie di case, ospedali e caserme
erano scomparsi interi nuclei familiari, malati, funzionari, guardie
e soldati. Venne inoltre a conoscenza della meravigliosa gara di
solidarietà internazionale apertasi tra navi straniere ed italiane
per portare aiuto ai superstiti e trasportare sui luoghi colpiti dal
sisma i materiali e gli uomini necessari.
Il mondo intero si commosse capi di Stato, di Governo e il Papa Pio
X, espressero il loro cordoglio ed inviarono notevoli aiuti anche
finanziari. Unità da guerra francesi, tedesche, spagnole, greche, e
di altre nazionalità lasciarono i loro ormeggi e, raggiunte le due
sponde dello stretto, misero a disposizione anche i propri equipaggi
per provvedere a quanto necessario distinguendosi peraltro nel corso
delle azioni cui presero parte. In tutta Italia, oltre agli
interventi organizzati dalla Croce Rossa e dall'Ordine dei Cavalieri
di Malta, si formarono comitati di soccorso per la raccolta di
denaro, viveri ed indumenti. Da molte province, partirono squadre di
volontari composte da medici, ingegneri, tecnici, operai, sacerdoti
ed insegnanti per portare, malgrado le difficoltà di trasferimento
esistenti, il loro fattivo sostegno alle zone terremotate. Anche le
Ferrovie, ormai dello Stato, inviarono proprio personale tra questi
Gaetano Quasimodo che raggiunse Messina portando al seguito la
famiglia ed il figlioletto Salvatore di soli 7 anni futuro premio
Nobel per la letteratura.
Uomini, mezzi,
materiali - Attività di Protezione Civile e di Pubblica Sicurezza
Gli ordini
emanati raggiunsero immediatamente le Grandi Unità dipendenti.
Ufficiali, sottufficiali e soldati inquadrati nei loro reggimenti
raggiunsero quindi da tutte le città d’Italia le zone di adunata per
trasferirsi senza indugio e senza interruzione nei settori assegnati
nei pressi di Reggio e di Messina. Per il trasporto delle truppe,
dei viveri e di tutti gli altri generi di soccorso, unità
ospedaliere, attrezzature da lavoro, materiali da campo, cucine,
ecc. si provvide con le navi della Marina Militare che contribuì
all’azione di soccorso con 69 unità di varia tipologia e
tonnellaggio nonché con i molti piroscafi civili requisiti o resi
disponibili per la specifica necessità. Diverse colonne di soccorso,
ripristinate le linee ferroviarie, raggiunsero con treni speciali le
zone disastrate mentre altri contingenti, più vicini, si
trasferirono “per via ordinaria” con i mezzi a propria disposizione.
Al personale della Sanità militare che si premurò di predisporre gli
ospedali da campo fornendo personale medico e paramedico
specialistico, si unirono contingenti di volontari della Croce
Verde, della Croce Bianca, di organizzazioni umanitarie e degli
ospedali civili. La Croce Rossa e l’Ordine dei Cavalieri di Malta
misero in funzione anche dei “Treni Ospedale” occupandosi della cura
dei feriti e del loro trasferimento in altre città al fine di non
intasare le strutture sanitarie locali.
A Messina ed a Reggio Calabria, entrati in funzione i Comandi, ed
individuati con certezza i grandi settori di intervento si provvide
a rivedere e ripianificare lo schema operativo iniziale. Uomini e
materiali furono dislocati nelle località maggiormente colpite dal
disastro e quindi smistati nelle zone di Messina, Reggio, Villa S.
Giovanni, Pellaro, Palmi, Monteleone e Catanzaro. Da questi centri
di raccolta i soccorsi si irradiarono anche nei comuni più piccoli e
nelle frazioni minori. Alle truppe giunte nei primi giorni del
gennaio 1909, se ne aggiunsero poi numerose altre. Complessivamente
furono impiegati 55 reggimenti di fanteria, il 1° reggimento
granatieri, 4 reggimenti di bersaglieri, 7 reggimenti di alpini, 3
di artiglieria, 5 del genio oltre all’intera brigata ferrovieri. Le
brigate Brescia, Livorno, Napoli, Torino, Venezia, Verona, Salerno,
Regina, Cremona, Pisa, Pistoia, Bologna, Ferrara, Parma, Sicilia,
Ancona, Roma, Basilicata, Messina, Granatieri di Sardegna, Bergamo,
Aosta e i reggimenti del genio, degli artiglieri e degli alpini
raccolsero nuovi allori ed altre onorificenze oltre quelle già
numerose assegnate alle rispettive bandiere. Parteciparono quindi
alle operazioni oltre 20.000 uomini dell’esercito di cui circa
12.000 operarono a Messina mentre gli altri furono impiegati a
Reggio Calabria e nel suo circondario. A questi raggruppamenti si
unirono consistenti reparti dell’Arma dei Carabinieri e della
Guardia di Finanza che oltre a collaborare nell’azione di soccorso
si distinsero anche nell’assolvimento dei loro compiti
istituzionali.
Il personale già presente e quello sopraggiunto, anche seguendo il
principio della rotazione, fu impiegato nel difficile compito di
spegnere incendi, ricercare feriti, soccorrere quanti seppelliti da
detriti e macerie, distribuire viveri, recuperare valori e documenti
da case, edifici pubblici e banche, trasportare materiali da
costruzione, erigere baracche, tendopoli ed ospedali da campo,
riadattare strade, acquedotti ed illuminazione pubblica, proteggere
linee e stazioni ferroviarie dall’assalto della popolazione in fuga.
Molti contingenti del genio ebbero tra l’altro l’ingrato compito di
provvedere all’individuazione di aree sufficientemente capienti per
la predisposizione di fosse comuni provvedendo alla raccolta ed alla
successiva inumazione dei cadaveri.
Moltissimi i piccoli centri abitati raggiunti dalle squadre di
soccorso sia in Sicilia che in Calabria. Tra questi quelli di Gazzi,
Tremestieri, Galati, Ponte Schiavo, Scaletta, Roccalumera, S. Teresa
di Riva, Salice, Villa S. Giuseppe, Rosalì, S.Alessio, S. Stefano
d’Aspromonte, Melito, Condofuri, San Lorenzo, Roccaforte del Greco,
Bagaladi, Bova, Africo, Scilla, Bagnara, Favazzina, La Guardia,
Cannitello, Scaletta Zanclea, S. Lucia del Mela, Castroreale,
Milazzo, Venatici, Spadafora. Bauso. Dappertutto furono raccolte
vittime, distribuiti viveri ed assicurata l’assistenza necessaria.
Oltre ai servizi più specificatamente attinenti alla protezione
civile, soldati, carabinieri e marinai furono inoltre impegnati
nella predisposizione di pattuglie di ronda notturna per impedire il
saccheggio di quanto abbandonato e disperso da parte di bande di
sciacalli. Questo fenomeno fu posto in evidenza sin dai primi giorni
a Messina dagli uomini della “Saffo”, in perlustrazione con marinai
russi, che sorpresero alcuni malviventi intenti alla spoliazione dei
cadaveri ed alla raccolta di oggetti abbandonati. Nuove
significative segnalazioni pervennero poi da Reggio Calabria e da
altre zone sinistrate.
Visto l’intensificarsi del fenomeno e l’esigenza di porvi freno il
Tenente Generale Francesco Mazza, comandante del XII° Corpo d’Armata
di Palermo e nominato Commissario Straordinario per i circondari di
Messina e Reggio Calabria, richiese ed ottenne provvedimenti
durissimi. Con decreti del 4 e del 7 gennaio 1909 fu proclamato lo
stato d'assedio, nei comuni e nei circondari di Messina e di Reggio
Calabria, ed istituiti appositi tribunali militari. Tra le pene
previste: quella di morte mediante fucilazione. Furono aumentati i
controlli e le ronde. Qualcuno, preso con le mani nel sacco, pagò
con la vita il suo squallido gesto. Il provvedimento fu poi ritirato
nel febbraio 1909.
Elogi del Re alle truppe - Accuse
della stampa al Governo
Il Re rientrato a Roma dopo aver
visitato i luoghi sinistrati della Sicilia e della Calabria, ritenne
opportuno indirizzare in data 5 gennaio 1909 un proprio ordine del
giorno di elogio al personale italiano e straniero, sempre impegnato
con grave sacrificio nell’adempimento dei compiti assegnati:
“All'Esercito ed all'Armata,
Nella terribile sciagura che ha colpito una vasta plaga della nostra
Italia, distruggendo due grandi città e numerosi paesi della
Calabria e della Sicilia, una volta di più ho potuto personalmente
constatare il nobile slancio dell'esercito e dell'armata, che
accomunando i loro sforzi a quelli dei valorosi ufficiali ed
equipaggi delle navi estere, compirono opera di sublime pietà
strappando dalle rovinanti macerie, anche con atti di vero eroismo,
gli infelici sepolti, curando i feriti, ricoverando e provvedendo
all'assistenza ai superstiti.
Al recente ricordo del miserando spettacolo, che mi ha profondamente
commosso, erompe dall'animo mio e vi perdura vivissimo il sentimento
di ammirazione che rivolgo all'esercito ed all'armata.
Il mio pensiero riconoscente corre pure spontaneamente agli
ammiragli, agli ufficiali ed agli equipaggi delle navi russe,
inglesi, germaniche e francesi che, mirabile esempio di solidarietà
umana, recarono tanto generoso contributo di mente e di opera".
In data 8
gennaio 1909 si riunì la Camera dei Deputati per esaminare alcuni
provvedimenti urgenti di natura giuridica e finanziaria a favore
delle località danneggiate. Accolte le misure proposte tra cui
quelle inerenti nuove imposte e stanziamenti importanti da destinare
alla ricostruzione, il 12 gennaio il Senato approvò a sua volta
all’unanimità il progetto di legge a favore di Messina e di Reggio.
Associandosi poi alle parole del Re emanò a sua volta un proprio
ordine del giorno:
“Il Senato
nell’intraprendere, col pensiero alla patria, l’esame dei
provvedimenti intesi a risollevare le sorti delle province di
Messina e di Reggio Calabria, rende omaggio e riverente plauso alle
LL.MM. il Re e la Regina, a S. Maestà la Regina Madre ed ai Principi
Reali, primi a portar sollievo al luogo del disastro; al Governo,
all’esercito, alla nostra marina, alle Nazioni ed alle marine
straniere, che con generosa abnegazione si adoprarono a riparare
l’immensa sciagura che commosse tutte le genti civili”.
Non mancarono
comunque polemiche. Alcune testate giornalistiche, criticando i
provvedimenti finanziari adottati ed in particolare l’inasprimento
delle tasse, accusarono il governo di aver speso molto e destinato
male i fondi raccolti in occasione dei terremoti degli anni
precedenti senza peraltro portare benefici alle popolazioni
danneggiate.
Altri giornali, tra cui il “Tempo”, attribuirono poi ai Comandi
militari gravi colpe: parziale incapacità nella gestione degli
interventi di soccorso, confusione burocratica e ritardi nella
distribuzione locale delle risorse, inefficienza e ritardi anche
nelle azioni di recupero e riconoscimento delle salme. Ulteriori
attacchi furono portati contro la Marina italiana in quanto
giudicata meno sollecita e pronta ad affrontare gli eventi rispetto
alla capacità ed alla funzionalità dimostrata dalle squadre navali
straniere, facendo in ciò esplicito riferimento a quelle russa,
inglese, francese e tedesca. Il “Giornale di Sicilia” lamentò anche
manchevolezze nella distribuzione di viveri e di generi di conforto
nonché difficoltà procedurali nell’erogazione degli aiuti.
Il Presidente del Consiglio Giolitti, pur non negando eventuali e
possibili disfunzioni nella catena di comando e nella organizzazione
dei soccorsi, difese le strutture e portò a propria e a loro
scusante l’immensità del sinistro, peraltro imprevedibile anche nei
suoi effetti collaterali. Il ministro Mirabello, nel tutelare
l’operato della Marina, dichiarò calunnioso e strumentale ogni
paragone con gli interventi anche di natura umanitaria che
distinsero l’azione ampiamente riconosciuta come meritoria da parte
di ufficiali e marinai del naviglio straniero.
Nel contempo al ministro della guerra, Casana, fu richiesto di
recarsi a Reggio, a Messina, a Palmi e nel circondario per
verificare di persona le accuse mosse dalle agenzie di stampa contro
l’operato dell’esercito. Al suo rientro il 16 gennaio 1909, al fine
di cancellare il discredito portato alle risorse umane ancora
duramente impegnate per far fronte alle varie necessità dei luoghi
disastrati, aggiunse il suo elogio a quello già precedentemente
espresso dal Re e dal Parlamento:
“Al momento
di lasciare questi luoghi terribilmente provati dalla sventura,
invio a tutti gli appartenenti all'esercito, che hanno qui dato il
generoso concorso dell'opera loro, il mio generoso saluto.
A quanti, superstiti al disastro, hanno concorso fino dal primo
momento e con sereno eroismo alla grave e pietosa opera di soccorso,
dimostrando all'evidenza che le più terribili prove non abbattono
l'animo del soldato italiano, non ne diminuiscono l'energia e non
gli tolgono la fede nell'avvenire, giunga il tributo della mia viva
ammirazione.
“Ad essi e a coloro che, inviati qui da ogni parte d'Italia, hanno
fatto a gara, col più generoso entusiasmo, per rispondere
all'appello della patria, siano di giusto premio la lode di S.M. il
Re ed il plauso della Nazione, di cui fu autorevole interprete il
Parlamento. Un esercito nel quale sono così profondamente radicati
il sentimento della fratellanza nazionale ed una illimitata
abnegazione nell'adempimento del dovere, dà giusta ragione di una
piena fiducia nei destini avvenire d'Italia".
Successivamente furono forniti, in maniera più o meno ufficiale,
dati e statistiche sulle persone ritrovate vive sotto le macerie per
un totale di circa 17.000 persone di cui: 13.000 circa salvate dai
militari italiani, 1.300 dai russi, 1.100 dagli inglesi e 900 dai
tedeschi. Con riguardo alle operazioni di trasporto della Marina
militare le informazioni trasmesse diedero per certo, alla data del
2 gennaio 1909, il trasferimento nei vari ospedali di circa 10.300
feriti mentre altri 1.200 furono movimentati dalla marina inglese e
circa 1.000 da quella russa. Altre informazioni riguardarono le
numerose perdite subite dal personale dell’esercito, della Marina e
di altre armi alcune delle quali avvenute nel corso delle operazioni
di soccorso: complessivamente circa 1.000 uomini di cui un centinaio
della Marina.
Ampio risalto fu poi dato anche all’impegno profuso da Re, dalla
famiglia reale, ed in particolare a quello assistenziale reso
nell’occasione dalla Regina Elena. Le cronache scandalistiche e le
accuse in esse riportate, per lo più legate alla evidenziazione di
fatti probabilmente veri ma legati ad avvenimenti temporalmente
limitati, si ridussero in poco tempo a poche righe marginali per poi
esaurirsi del tutto in mancanza di ulteriori elementi su cui fondare
la critica. Forse…anche perché nello stesso periodo di tempo
circolarono notizie ricavate dal Danzer’s Armée Zeitung, giornale
viennese vicino agli orientamenti dei vertici militari imperiali,
che in un articolo sostenne che l’Austria avrebbe dovuto trarre
occasione dalla difficile situazione, causata dal terremoto di
Reggio e Messina, per scatenare una guerra preventiva contro
l’Italia. L’incidente si risolse diplomaticamente in breve tempo ma
alcuni circoli austriaci, oltre a non dimostrare alcun sentimento
umano, si rivelarono peggiori di molti degli sciacalli fucilati sul
campo. Tempo al tempo…pensò qualcuno!
Interventi per
la ricostruzione, premi e decorazioni
Assicurate
attraverso i dispositivi di legge le risorse finanziarie e giunti
importanti aiuti da varie parti del mondo furono analizzate le
ipotesi di intervento per una riedificazione. Ad una primo
suggerimento di demolire completamente quanto rimasto di Messina e
costruirla in altra zona si ribellarono gli abitanti. Abbandonato il
progetto fu iniziato lo sgombero delle macerie, la demolizione degli
edifici inagibili, il ripristino dei servizi essenziali e delle case
ancora in parte od in tutto abitabili. Istituite apposite
commissioni fu rivisto il piano di urbanizzazione identificando
criteri più idonei per le nuove edificazioni e richiedendo tra
l’altro l’adozione di metodologie costruttive antisismiche. Per
Messina non furono provvedimenti del tutto nuovi….il governo di
Ferdinando IV di Borbone si era comportato analogamente a seguito
del grande terremoto del 1783.
Per far fronte ai più immediati fabbisogni della popolazione si
diede avvio alla costruzione di baracche di legno che sostituirono o
si aggiunsero alle tendopoli. Sorsero quindi quartieri del tutto
provvisori denominati americano, lombardo, svizzero, tedesco, ecc.
in segno di riconoscenza verso i paesi che con i loro tangibili
aiuti ne agevolarono la realizzazione; un quartiere fu intestato
anche alla Regina Elena. I lavori non andarono avanti speditamente
dando origine a nuove polemiche contro il Governo ed a nuovi corsivi
dei giornali tra cui anche quelli pubblicati dalla “Domenica del
Corriere” che uscì nel febbraio 1909, lamentando lentezze
burocratiche ed illustrando come sempre la sua edizione con una
delle prestigiose tavole di A. Beltrame.
Le baracche però fecero bella mostra di se per lungo tempo prima che
il processo di vera e propria ricostruzione fosse completato. Quasi
trenta anni! A cancellare quasi del tutto quanto salvato dal
cataclisma del 1908 e quanto rimasto dopo la fase di ricostruzione
pensò poi la seconda guerra mondiale.
Come in altre occasioni, nel maggio 1909 il Governo decise di
ricompensare con specifica attestazione, civili, militari, enti ed
organizzazioni umanitarie impegnate nelle operazioni di soccorso
testimoniando così le particolari benemerenze acquisite dalle stesse
nell’opera assistenziale svolta a favore dei terremotati. Vittorio
Emanuele III, emanò quindi in data 6 maggio 1909, con il numero 338,
un decreto con il quale furono fissate le modalità di concessione di
una speciale medaglia di benemerenza, in due formati diversi ed in
tre gradi, da attribuire ad enti, nel formato grande, ed alle
persone nel formato piccolo, in quanto segnalate e riconosciute
meritevoli della concessione da una speciale commissione all’uopo
nominata. L’art. 3 del R.D. fu poi varato con quello del decreto del
21 ottobre 1909 n. 719, che modificò i colori del nastro di
sospensione precedentemente stabiliti nella nuova tonalità verde
orlata di bianco.
Venne poi approvata la legge 21 luglio 1910, n. 579, che converte in
legge i decreti reali relativi al terremoto del 28 dicembre 1908,
pubblicata nella Gazzetta ufficiale n.196 del 23 agosto 1910.
Bibliografia:
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grandezza della patria dal 1800 ai giorni d’oggi. Vallardi Editore
1928.
L. Cappelletti – Storia d’Italia Dalla caduta dell’Impero romano
d’occidente fino ai giorni Nostri (476-1900) Vallardi Editore –
1932.
Denis Mack Smith – Storia d’Italia 1861-1969 – Milano 1984.
Rivista Militare, Annata 1909.
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1966.
Le Torpediniere Italiane - Ufficio Storico della Marina – Roma
1964.
Navi e Marinai – Uomini ed avventure dell’Italia sul mare –
C.G.E. – Milano.
Collezionismo Italiano - C.G.E. – Milano 1979.
Italia del XX secolo – Rizzoli - Milano 1977.
E.Cataldi – Storia dei Granatieri di Sardegna – Ass. Naz. dei
Granatieri di Sardegna, 1990.
R. Sermonti – I Carabinieri nella storia d’Italiana – Centro
Editoriale Nazionale , Roma – 1980.
P. Sezanne – Le Decorazioni del Regno di Sardegna e del Regno
d’Italia – Uffici Storici Esercito-Marina Aeronautica. Roma 1992.
C. Scarpa-P. Sezanne – Le Decorazioni del Regno di Sardegna e del
Regno d’Italia – Uffici Storici -Esercito-Marina Aeronautica. Roma
1985.
Domenica del Corriere, anni 1908, 1909.
Cronache, manifesti, e documenti vari.
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